Derrida,
Jacques, L'animale che dunque sono, Milano, Jaca Book, 2006.
Agamben,
Giorgio, L'Aperto. L'uomo e l'animale,
Torino, Bollati Boringhieri, 2002.
Presentazione
di Marco Tabacchini
in
Ctonia -3, Agosto 2008.
Affrontare,
dopo Derrida e Agamben, un discorso sull'animale, non è un compito
senza difficoltà: vi è un certo rischio, e un certo imbarazzo.
Rischio in quanto ogni parola sembra già da sempre compromessa,
ripresa in quel meccanismo che interviene costantemente a scrivere sull'animale,
e sulla pelle stessa degli animali. Non esistono discorsi innocenti:
essi sono già inscritti, fin dalla loro produzione, in sistemi
che ne controllano la circolazione, scongiurandone i pericoli e organizzandone
strategicamente gli effetti possibili.
La produzione dei discorsi sull'animale è sempre stata funzionale
alla sua definizione, alla sua classificazione, in pratica, alla sua
cattura e sottomissione in quel dispositivo, la macchina antropologica,
che decide di cosa è l'uomo nella sua differenza con l'animale,
e che qualifica una certa tipologia di vita a scapito di un'altra, una
vita nuda, bassa e inqualificabile. Una vita, quella animale, che è
un resto da eliminare, o per lo meno da neutralizzare e circoscrivere,
sia pure attraverso l'istituzione di discorsi. Parlare dell'animale
corre così il rischio di rovesciarsi in una decisione sull'animale,
per poterlo fissare all'interno di una gerarchia, binaria e oppositiva,
in cui, a fronte di una violenza incalcolabile verso ciò che
il movimento animale porta con sé di sfuggente e indecidibile,
si attua l'antropogenesi, il divenir umano del vivente, nella cesura
che decide e separa l'umano dall'animale, la vita dalla morte.
Vittima silenziosa di questa prestazione linguistica, l'animale è
la materia prima di cui l'uomo si serve per plasmare la propria identità,
alimentando così un dispositivo apparentemente sacrificale che
ha costantemente consumato e soppresso vite, in vista del costituirsi
di una vita qualificata e valorizzata. La storia che colma la distanza
tra l'uomo e l'animale è una storia sacrificale, dove l'uccisione
riveste i panni di un atto perfino fondatore di ogni storia possibile
e necessaria. E questa necessità, di escludere dallo spazio umano
la vita animale nel momento stesso in cui la sua carne è uccisa,
rivela, d'altra parte, l'incapacità di nascondere il suo aspetto
omicida e sanguinario, nel momento in cui pretende di cancellare le
tracce di questa cancellazione animale, di occultare il sangue altrui
irreparabilmente versato, coprendolo con le immagini edificanti di un
dignitoso umanesimo. La vita umana, la vita degna di essere rappresentata,
ha dovuto, per essere tale, somigliare a nient'altro che a se stessa,
eliminando dalle proprie rappresentazioni, dalle proprie narrazioni
di sé, ogni cosa che richiamasse l'aspetto comune con la vita
animale e con la carne costantemente consumata: l'uomo è così
chiamato a conformarsi all'immagine di se stesso; immagine in movimento,
che tenta ogni volta, instancabilmente, di seguire ed occultare l'animale
nella sua fuga.
Se ogni discorso sull'animale reca tra le sue righe questo dispositivo
mortifero, se ogni parola detta nei confronti dell'animale, e quindi
al suo posto, in sua sostituzione, nella sua assenza o nella sua scomparsa,
una violenza, quindi, che si impone nel colmare l'impossibilità
di dire quella differenza che separa l'uomo dall'animale, allora non
un discorso sarà formulato, non una parola sarà detta
senza imbarazzo o vergogna, per quel debito inestinguibile che ogni
tentativo di parlare dell'animale reca con sé.
È su questa linea di fuga che si intrecciano i lavori di Derrida
ed Agamben.
Il primo orientato a smascherare quella voracità umana insita
in ogni prestazione di occhio e di parola, prima che di bocca; voracità
di quegli occhi che hanno sempre guardato l'animale per dominarlo, per
renderlo familiare, ma che non si sono mai sentiti guardati da esso,
come se ogni traccia animale non dovesse, appunto, riguardarli.
Il secondo attento al costante processo di produzione dell'umano, che
si alimenta di continue finzioni, a scapito di ogni resto animale insito
nell'esistenza. Umano, dopotutto, non è altro che una
semplice apposizione, una qualità che, in modo sempre più
inquietante, può essere attribuita e revocata con la stessa facilità.
Ma quel che qui è in gioco, la posta di tutto il movimento, è
la nostra stessa esistenza intima, al di là di ogni attribuzione
o dignità, quell'esistenza che sia Derrida che Agamben vedono
minacciata dagli stessi dispositivi che vorrebbero proteggerla e qualificarla.