Alessandro Chalambalakis

Proscenio

Come Saturno, come il piombo, come la pesantezza, come la gravità. Materia allo stato informe, preambolo di ogni trasgressione de-forme. Informe in quanto non informata di umanità, storia o significato; informe in quanto non informata di direzione o scopo. Informe poiché non conforme. Contraria all’oro e al sole, suoi opposti speculari, nigredo è consapevolezza della linfa brulicante di ogni sottosuolo, di ogni interno e di ogni inferno.

Nigredo è fase prima, mortificatio. Se l’oro è nobiltà di spirito, il piombo è oscenità della carne. Nigredo è scomposizione cadaverica, de-composizione, divisione e separazione. Quel dia-bállein all’origine di tutte le possibilità di attrazione reciproca tra contrari.

Opus alchemico di navigazioni nel negativo, nigredo è coscienza della trasformazione, del movimento, dell’agitazione e del rinnovamento. Conditio sine qua non della moltiplicazione, della dialettica, dell’elementare danza tra gli opposti.

L’opera al nero è movimento di morte, agitazione della materia in un pericoloso stato non controllato, non guidata pertanto da alcun umanesimo, da alcuna civiltà, legge, divieto o interdetto. Essa è un’immersione in quella materia priva di forma e bellezza ideali: il suo fascino non risiede di certo nelle proporzioni, nelle simmetrie, negli equilibri o nei bilanciamenti delle linee in uno spazio. Il suo fascino, che è in tutto e per tutto quello del male, risiede nel suo essere massa carnosa che sfugge, brulichio verminoso e malsano, lacerazione e tragicità inaccettabili ma non per questo meno vere ed essenziali.

Nigredo è quell’uno che non è un uno, quell’inizio che è anche fine. Quel punto in cui l’Ouroboros morde se stesso, dove il cane si morde la coda, il circolo vizioso, il vicolo cieco di ogni civiltà: la materialità della natura, dell’erotismo e della morte. Non a caso in quel punto coda e bocca si toccano: la fine è morsa dall’inizio, l’inizio giunge finalmente ad assaggiare la fine scoprendo null’altro che la circolarità dell’essere.

Malinconia della terra, umor nero dell’inverno, essa è atto primo di ogni alchimia, spersonalizzazione e possessione: dispendio dell’io-idolo-ideale. Stato caotico primario e mater-materia, nigredo è traduzione alchemica di ogni grande inizio cosmogonico.

Nigredo contro le comodità dell’io, a favore dello sfavorevole, del trovarsi a disagio con ogni monismo e con qualsiasi società basata su forme espressive chiuse o incapaci di lasciare il segno. Essa pretende l’insurrezione del molteplice a scapito del monadico, essa pretende la perversione e l’inversione; poiché il principale assedio è sempre quello al quale bisogna sottoporre se stessi e ogni propria difesa e roccaforte sociale, culturale, psichica.

Così come la stregoneria è la frangia più materialista della magia, la parte più vicina all’erotismo inteso in tutta la sua corporalità e animalità, così il sabba è nigredo di carni e rabbiosa venere buia. Nigredo è ostinazione luciferina nell’esuberanza del negativo, viscerale rivolta senza vergogna e senza volto, violazione degli umani divieti.

Strada sinistra e via della mano sinistra, condizione di orgiastica contaminazione dei materiali, essa rappresenta per l’uomo la condizione di incertezza, di perdita di orientamento. È dunque simbolicamente nell’opera al nero che il pensiero è forzato alla messa in questione e all’erotico-eroica messa a morte di se stesso. Contestando l’io, inteso come soggetto metafisico, si contesta Dio e con essi tutto l’idealismo e tutte le filosofie allergiche alle potenze del corpo.

Nigredo che nelle scomposizioni dell’arte contemporanea diviene finalmente alchimia postumana dello scarto, dell’eccesso fuso e confuso coi piombi del mondo. Alterazione di ogni io a favore di ogni altro, viaggio nel disordine dei veleni, nella tossicità delle esistenze, da uno stato di coscienza all’altro. Rito e mito di ogni quando, nigredo è simbolo di un tragico e arcaico ri-volgersi a quella natura ferina che è corrotta piroetta di annientamento e, per questo, fanciullezza del cosmo e gioventù della terra.

Alessandro Chalambalakis - los@ctonia.com